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Sono molto d'accordo con te quando affermi che poco si sta facendo nel settore pubblico della scuola rispetto a un utilizzo appropriato delle tecnologie digitali, in particolare AI e LMS, per le nuove generazioni. Queste spesso vengono ricordate solo nei discorsi di fine anno. Scrivo da persona interessata al tema dell'apprendimento e impegnata nello sviluppo di un prodotto a supporto dell'apprendimento indirizzato agli studenti.

Quasi tutti i prodotti in ambito EdTech-apprendimento sono affetti dal fenomeno del cargo cult, ovvero la riproposizione in ambito digitale di supporti che partono dall'esperienza attuale degli artefatti su cui si è stati abituati a studiare: in primis il libro, artefatto strutturalmente lineare al pari del video, artefatto strutturato secondo una timeline che va solo in una direzione.

In questo contesto vengono sviluppati e lanciati una pletora di prodotti, wrapper di prompt di vari sistemi LLM, senza alcuna base pedagogica. Questi sistemi, che comunque hanno presa sugli studenti:

- forniscono l'illusione dell'apprendimento attraverso delle scorciatoie e la conseguente delega cognitiva, cognitive offloading, sostituendosi allo studente nella rielaborazione dei contenuti di studio

- sono progettati senza alcun reale riferimento alle conoscenze disponibili in ambito pedagogico, ambito in cui ricercatori e docenti con l'avvento dell'AI fanno fatica a proporre approcci innovativi e spesso si limitano solo alla critica e alla proibizione senza alcuna proposizione di novità

- fanno scempio della privacy e della raccolta dati.

Se a questo aggiungiamo che le linee guida sull'utilizzo dell'AI nelle scuole del Ministero dell'Istruzione e del Merito, MIM, sono focalizzate sui concetti di protezione, che poi non sono in grado di controllare, e poco o niente sugli indirizzi o intuizioni su come meglio utilizzare queste tecnologie per i nostri studenti, per la nostra cultura, aumentando per le prossime generazioni l'impatto del colonialismo digitale a cui siamo già sottoposti. Per chi fosse interessato a questo ultimo argomento potrà trovare una disamina veloce di quanto viene proposto da Google nel contesto dell'apprendimento: https://www.linkedin.com/feed/update/urn:li:activity:7392538817355907072/

Piero Rivizzigno's avatar

Sul tema dati e applicazioni in ambito pubblico, oltre alla vetustà delle architetture, rimane centrale il problema, molto più difficile, della gestione del cambiamento di tutto l'ecosistema pubblico. Prendiamo in considerazione i dati della sanità, ambito con cui sono stato costretto a confrontarmi in quanto fondatore di un'associazione pazienti con tumore al pancreas. Con l'eccezione delle prestazioni che richiedono il ricovero ospedaliero a cui viene associato il documento della SDO, Scheda di Dimissione Ospedaliera, che ha un codice identificativo univoco per tipo di intervento e del relativo costo, oggi non abbiamo visibilità nel PNE, Programma Nazionale Esiti, gestito da AGENAS, sul livello della qualità delle prestazioni ambulatoriali. Come mai? Perché tutta la progettazione dei sistemi informativi poggia sulla struttura dati dello standard internazionale ICD9, nato e progettato per pagare le prestazioni, non per tracciare gli aspetti clinici. Prestazioni cliniche che hanno lo stesso costo a volte hanno un unico codice indipendentemente dal fatto che un'ecoendoscopia sia stata effettuata all'esofago, allo stomaco o al pancreas. Se oggi volessimo sapere qual è la sopravvivenza o i protocolli utilizzati nel percorso di cura di una paziente metastatica, non saremmo in grado di farlo. Una curiosità: il depositario, anzi geloso depositario, dei dati di tutte le prescrizioni mediche è la Ragioneria di Stato, che non ha certo la valorizzazione del dato clinico delle prescrizioni come sua priorità.

Nel contesto sanitario penso che con grande impegno e fatica si possano migliorare architetture e applicazioni, e qualcosa in alcune regioni con il PNRR si sta facendo, ma cambiare la cultura dei medici è un'impresa di dimensione titanica. La sfida è lì. Faccio un esempio concreto: dalla letteratura scientifica – prodotta da medici – è noto che la mortalità post-operatoria a 90 giorni è un dato rilevante per misurare la qualità di interventi di chirurgia complessa. Fino al 2024 i dati del PNE di AGENAS hanno fatto riferimento alla insufficiente mortalità a 30 giorni. A partire dal 2025 i dati mostreranno la mortalità a 90 giorni. Chi è stato il driver di questo monumentale cambiamento (cambiare un KPI del PNE è un'impresa)? Si potrebbe subito pensare alla classe medica, in particolare ai chirurghi. Come possono accettare una differenza di mortalità post-operatoria tra il 2-3% dei centri di riferimento e il 20-30% di ospedali periferici? Ebbene no! È stata la comunità dei pazienti il driver del cambiamento. La grande sfida rimane il cambiamento delle person

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